02 August 2019

Sting: l’englishman che andrà a Las Vegas. Con l’Italia nel cuore

Nel 2020, a 68 anni, il cantante inaugurerà la sua “residency” al Caesars Palace. Intanto si gode la casa in Toscana (e i sette nipotini)

 

Sting: l’englishman che fatto la storia del rock con i Police, ha collezionato oltre 40 anni sul palco,17 Grammy Award, una sfilza di dischi, raccolte ed EP. E ha pure spiegato al mondo le magie dello yoga e del sesso tantrico. E – per arrivare alle ultimissime fatiche – ha inciso un disco con Shaggy (2018) e ha intrapreso una tournée mondiale di promozione, il tutto seguito (a fine maggio) dalla pubblicazione del nuovo album My Songs e dall’annuncio di un ulteriore neverending tour.

Dopo tutto questo, anche a un fenomeno come Sting è concessa una piccola défaillance: nelle scorse settimane gli è venuto un forte mal di gola, e ha dovuto annullare alcune date. Meno male che è il problema si è risolto e Sting ha ripreso il tour che è approdato il 29 luglio al Lucca Summer Festival e il 30 a Padova, all’Arena Live. Il cantante sarà di nuovo in Italia il 29 ottobre, al Mediolanum Forum di Milano. L’occasione di vederlo dal vivo è unica: innanzitutto per riascoltare molti dei suoi pezzi più famosi – da Message in a Bottle a Englishman in New York, tutti inclusi in versione riarrangiata e rivista nell’ultimo disco – e poi perché questi concerti sono una sorta di prova generale della “residency” (la lunghissima serie di concerti con sede fissa) che l’artista terrà, da maggio 2020, al leggendario Caesars Palace di Las Vegas.

Sting nella capitale mondiale dell’entertainment. Cosa dobbiamo aspettarci?
«Ci saranno le mie vecchie canzoni, quelle che i fan hanno ascoltato per tutti questi anni, ma si vedrà anche uno spettacolo: ho un anno per prepararlo e l’unico limite sarà la mia immaginazione. Magari mi cambierò d’abito per ogni canzone (ride, ndr)! Nella mia carriera ho viaggiato sempre di città in città, con musicisti, luci e tutto il resto, ma non ho mai curato la parte visiva dello show: con My Songs ho finalmente l’opportunità di esplorare anche questo ambito».

C’è una canzone preferita?
«È come chiedermi se ho un figlio preferito: non esiste! E nel disco non ho voluto inserire a tutti i costi i miei brani più famosi, ma quelli a cui ho legato dei ricordi precisi: dov’ero quando li ho scritti, se ero triste o felice, cosa succedeva nel mondo e nella mia vita, cosa mi provocava ansia… E ho raccontato questi dettagli in poche righe, nel libretto allegato al cd».

A proposito di “If I Ever Lose My Faith in You,” lei confessa di averla scritta pensando ai pericoli della tecnologia: era il 1992. E ora come immagina il suo futuro, o il futuro dei suoi nipoti?
«Eh sì, ormai ne ho ben sette, di nipoti… Tornando alla tecnologia: sono convinto che la situazione politica odierna sia una diretta conseguenza dei social media e dell’abilità di certi politici di utilizzarli. Penso a Trump: è stupefacente come riesca a twittare ogni giorno! E ovviamente sono preoccupato, credo che dovremmo essere vigili, soprattutto con i nostri bambini, perché ci sono persone che si lasciano ipnotizzare da questi schermi luminosi. Talvolta una parte di me vorrebbe essere offline, ma poi cosa potrei fare? Chiudermi in una grotta, sulle Dolomiti? Non è possibile».

Presto si esibirà di nuovo in Italia. Cosa le ha dato il nostro Paese?
«Gran Bretagna e Italia sono entrambe ai margini geografici dell’Europa e sono un po’ come due gemelle, ma agli antipodi: il clima, il cibo, la mentalità, è tutto diverso. E gli artisti britannici sono attratti dall’Italia da centinaia di anni, siamo venuti qui e ci siamo lasciati ispirare dal vostro Rinascimento, dalla vostra architettura, dal vostro stile di vita: io ho una casa in Toscana, produco vino, quindi in questo senso non mi sento un’eccezione. Siete affascinanti, forse non perfetti, ma decisamente affascinanti».

Di Cristiana Gattoni